Otranto con i bambini: storia e leggende

In questo articolo vi portiamo alla scoperta di Otranto con i bambini, definita la “Perla del Salento”, ma soprattutto vogliamo raccontare ai bambini, attraverso leggende ed antiche storie, i luoghi più caratteristici, stimolando la loro fantasia e curiosità, trasportandoli in un panorama in cui tutto è possibile!

Quando si viaggia e si raggiungono nuove ed ignote destinazioni è bello vedere quei luoghi che richiamano alla memoria miti e leggende, avvolti da un’atmosfera magica e meravigliarsi di fronte a ciò che esula dalla logica e dalla razionalità, trasportandoci in una dimensione in cui ci sentiamo tutti bambini.

Racconteremo la travagliata e antica storia di Otranto, attraverso il mare ed il suo centro storico, la bellissima leggenda della Grotta di Zinzulusa, una delle dieci grotte più importanti al mondo, la Torre del Serpe, che ci farà scoprire attraverso la storia e la mitologia come è diventata il simbolo di Otranto ed, infine, la Chiesa di Santa Maria Annunziata, con il suo suggestivo mosaico pavimentale, il più grande d’Europa, considerato un vero “libro di pietra”.


OTRANTO: LA SUA ANTICA E DOLOROSA STORIA

Otranto con i bambini
Credits: Eunika Sopotnicka

Perdersi tra le viuzze del centro storico è sicuramente la cosa più bella da fare ad Otranto con i bambini e sono proprio i monumenti principali del borgo antico a raccontarci la travagliata e millenaria storia della città. Fin dall’antichità, Otranto era chiamata “Perla d’Oriente”, una città di mare conosciuta per lo scambio di merci. È il lembo di terra più orientale della penisola e quindi, per la sua posizione geografica, per la ricchezza del territorio e per il suo clima, molti popoli come i Messapi, i Romani, i Normanni, i Goti, gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi hanno lasciato le loro tracce del loro passaggio nel territorio.

Era l’estate del lontano 1480, quando una flotta turca di 150 navi si mosse verso la cittadina salentina con l’intento di saccheggiarla e conquistarla. Approdarono su un tratto di spiaggia, oggi chiamata Baia dei Turchi, nelle vicinanze dei Laghi Alimini. La popolazione di campagna, impaurita, si rifugiò nei centri fortificati più vicini, in particolare ad Otranto. Quando i turchi arrivarono alle porte della città, essi cercarono una resa pacifica dagli abitanti senza armi né lotte, offrendo loro delle condizioni favorevoli, ma gli otrantini non vollero sottomettersi ed attaccarono i turchi con frecce e cannonate. Così 15.000 uomini turchi, come un funesto passaggio di un tornado, invasero Otranto, i soldati saccheggiarono tutte le chiese, uccisero brutalmente uomini, bambini, donne e distrussero le loro abitazioni.

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Avete mai sentito l’espressione «Mamma li turchi!»? Ebbene, era un’esclamazione di paura e di terrore, nata di fronte ad una minaccia senza scampo. I turchi si impossessarono del borgo, commettendo ogni sorta di crudeltà. Tutto fu raso al suolo: l’Abbazia di Casole, che all’epoca era paragonata ad una moderna università (infatti, era la più grande biblioteca d’Europa dell’epoca, costituita di numerosissimi testi classici), la Cattedrale e molti monasteri.

Gli otrantini difesero la città con tutto il loro impegno, nonostante avessero solo un ristretto gruppo di mercenari e le armi a loro disposizione non erano di certo all’avanguardia, senza contare che il loro sistema difensivo era parecchio arretrato. Molti uomini persero la vita. Agli ottocento uomini sopravvissuti, perché feriti o fatti prigionieri, fu proposto dai turchi di convertirsi all’Islam, ma essi non accettarono e, a causa del loro rifiuto, furono decapitati uno dopo l’altro sul Colle della Minerva.

In nome della religione e dell’amore per la propria città, gli ottocentotredici uomini che persero la vita divennero i “Martiri di Otranto“, le cui reliquie sono conservate e visibili tutt’oggi nella Cattedrale della città. Si racconta che il primo uomo a essere ucciso fu Antonio Primaldo, il quale rimase in piedi dopo essere stato decapitato, un vero e proprio miracolo! Si narra che il suo boia restò talmente sbalordito di fronte a tale visione che chiese di convertirsi al cristianesimo, ma i turchi lo uccisero senza ripensamenti.

I turchi rimasero nella città per un anno, fino a quando gli aragonesi nel settembre del 1481 non entrarono nella cittadina e la liberarono. Si misero immediatamente al lavoro, consapevoli di una urgente ricostruzione. Nei decenni successivi, infatti, gli aragonesi potenziarono il loro sistema difensivo, costruendo possenti mura e la costa fu fornita di decine di torri di avvistamento, rimisero in piedi la cattedrale e vennero edificati i vari monasteri alla fine del XIV secolo. La storia di Otranto, per quanto ricca e variegata, pare fermarsi con gli avvenimenti del 1480, ma a noi non resta che riscoprirla con la capacità di meravigliarci davanti a tanta bellezza.

GROTTA DI ZINZULUSA: PICCOLA GEMMA, TRA LEGGENDA E REALTÀ

Grotta di Zinzulusa con i bambini

Al centro del Parco Naturale Otranto (Ente Parco Naturale Regionale Costa Otranto Santa Maria di Leuca e bosco di Tricase), a Castro Marina in Puglia, non possiamo non rimanere affascinati dalla grotta di Zinzulusa, la magnifica grotta carsica scoperta più di 150 anni fa, una delle dieci più importanti grotte al mondo. Deve il suo nome al termine dialettale “zinzuli” (stracci), infatti le numerose stalattiti e stalagmiti ricordano i brandelli di un abito logoro.

La leggenda narra che, proprio in questo luogo, a Castro, vivesse un barone, il Barone di Castro, un uomo ricchissimo, ma molto cattivo e crudele. Infatti, era così cattivo che lasciò morire la moglie di dolore e costrinse la sua figliola a vestire solo di stracci. La bambina, non avendo un padre amorevole e che si prendesse cura di lei, crebbe triste e sconsolata, ma un bel giorno le si presentò una fata buona, la quale le donò un vestito bellissimo e buttò via quegli stracci che aveva indosso. Il vento fece volare via gli stracci vecchi e logori (in dialetto “zinzuli“), i quali si adagiarono sulle pareti della grotta dove si pietrificarono (da qui il nome Zinzulusa, dato che le sue estremità erano ornate da questi stracci di vestiti fatti volare dal vento).

La fata gettò il barone nel profondo delle acque sottostanti alla grotta e, proprio dove lui era adagiato nel fondo marino, si scatenarono delle acque infernali, creando il laghetto chiamato Cocito. I crostacei che assistettero a tutto ciò rimasero accecati per sempre e, come tutte le storie a lieto fine, la bambina, una volta cresciuta, si sposò con un principe ricco e buono e vissero felici e contenti.

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LA TORRE DEL SERPE E LA SUA LEGGENDA

Torre del Serpe con i bambini
Credits: Quarta Caffè SpA

Su una collinetta si erge una torre misteriosa e silenziosa, sulla costa adriatica, la quale osserva il mare e, incurante dei venti e delle tormente che si abbattono da secoli sull’Adriatico, è sempre lì, vigile e solitaria, a raccontarci la sua storia e la sua leggenda.

In un tempo molto lontano, venne costruita una torre su una sommità di una collina, lungo la costa pugliese, con lo scopo di presidiare la costa dagli attacchi dei popoli nemici e, con il suo faro, di guidare i marinai che attraccavano con le loro navi nel meridione, carichi di merce e di storie da raccontare.

Di notte i soldati dormivano durante il loro turno di guardia, e sia i loro visi stanchi, che la superficie dell’acqua, erano illuminati dal riflesso della lampada ad olio. Un grosso serpente nero, uscendo dalle acque scure e scivolando silenzioso fra le gambe dei soldati, si nutriva dell’olio che manteneva viva la luce del faro. I soldati, al risveglio del mattino dopo, non si accorgevano di nulla ed il serpente, puntualmente ogni notte uscendo dalle acque fredde, consumava la sua cena squisita.

Una notte del lontano 1480 i Turchi cercarono di invadere la costa salentina con le loro navi cariche di soldati. I soldati, dormendo, non si resero conto del pericolo, ma il serpente, uscendo dalle acque scure, prontamente e come d’abitudine, spense la luce di riferimento. I turchi, presi dal panico, decisero di sbarcare a Brindisi, dirottati durante tutta la notte dalla mancanza di un punto di riferimento. La popolazione otrantina era salva, il pericolo era stato sventato grazie al serpente.

Per questa ragione, gli otrantini sono rimasti eternamente riconoscenti a quel mostro dalle silenziose spire, capace di intrufolarsi fra i distratti soldati per poi sparire nuovamente nelle profondità adriatiche, tanto da farlo diventare simbolo della città di Otranto.

Bambini, non vi resta che raggiungere la collinetta con mamma e papà e guardare bene in lontananza: c’è qualcosa che fa capolino dal nostro splendido mare? Fateci sapere!

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IL MOSAICO DI OTRANTO E LA LEGGENDA DI RE ARTÙ ED IL GATTO DI LOSANNA

Cattedrale di Santa Maria Annunziata con i bambini
Credits: e-borghi

Il mosaico di Otranto si trova all’interno della Cattedrale di Santa Maria Annunziata e, se siete in compagnia dei vostri bambini, non potete non osservarlo in tutta la sua bellezza, semplicemente passeggiandovi sopra. È uno dei mosaici pavimentali più belli d’Italia. Si tratta, infatti, di un’opera davvero grandiosa e straordinaria ed il suo autore era un monaco chiamato Pantaleone. Il mosaico ha preso vita nel Medioevo tra il 1163 e il 1165. In questo libro di pietra troverete rappresentato tutto il sapere medievale in ambito religioso, storico e culturale.

Mosaico di Otranto
Credits: Wikipedia

Tra le figure rappresentate nel mosaico troviamo Adamo ed Eva tentati dal serpente, il diluvio con la scena dell’Arca di Noè, la costruzione della Torre di Babele, animali mitologici, ma anche raffigurazioni storiche, come quella di Alessandro Magno ed il valoroso cavaliere Re Artù a cavallo di un caprone che sconfisse il gatto di Losanna.

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Siete curiosi di conoscere questa affascinante leggenda di Re Artù? Pensate, quando Pantaleone seppe questa storia ne rimase così affascinato che volle raccontarla in una manciata di tesserine policrome nel suo mosaico.

La leggenda narra che:

Sul lago di Losanna viveva un pescatore con tanti figli e, durante un inverno freddo e rigido, non riusciva a pescare tanto pesce per sfamare la sua famiglia, e per più giorni le sue reti restarono vuote. Disperato fece un voto:

"Signore, i miei figli hanno fame, fammi la grazia di una buona pescata e io il primo pesce che caturerò, lo donerò a chi è più povero di me".

Buttò la rete nelle acque ferme e scure del lago, e quando la ritirò con sua grande sorpresa si accorse che era pesantissima: dentro sbatteva la coda un luccio argentato grande quanto un porcello".

"Signore, non vorrei rimangiarmi la parola data, ma vedete con questo pesce la mia famiglia si sazierà per tre giorni e passa: regalerò il prossimo pesce che pescherò".

Buttò la rete e questa volta quasi si spezzò la schiena per issare sulla barca, la più grossa trota che mai occhi umani avessero visto, grande come un vitello.

"Signore mio, questa trota venduta al mercato mi frutterà bell’oro sonante! Giuro, donerò la prossima preda".

Così detto per la terza volta buttò la rete nelle acque ferme e scure del lago, ma questa volta a bordo riportò un piccolo gatto mezzo annegato.

La sera ormai scendeva, il pescatore tornò a riva, si fece prestare un carretto e tutto trionfante si avviò verso casa con le sue prede: il gattino salvato dalle acque si mise a seguirlo con passo felpato.

Passo dopo passo il gatto cresceva, lievitava come una pagnotta nel forno e quando il pescatore fu arrivato a casa gli si avventò alle spalle e lo divorò e poi, ad uno a uno, mangiò la moglie e i figli. Da ultimo in un solo boccone ingoiò il luccio e la trota e infine satollo e gonfio come un otre, si addormentò sotto la luna.

Divenne in breve terrore e leggenda del luogo, nessuno osava più avvicinarsi alla casupola del pescatore, che ben presto si ricoprì di una folta vegetazione impossibile da penetrare.

Il gatto imperversava di notte, assaliva i viandanti che non riparavano in tempo sul far del tramonto e li divorava senza pietà.

Il giovane re Artù venne a saperlo e decise che una bestia così crudele andava eliminata; montò a cavallo di un caprone fatato, chè mago Merlino lo aveva allevato istruendolo ad ogni sortilegio.

Quando re Artù si trovò davanti il gatto di Losanna, senza ombra di paura lo affrontò e rotolò con lui nella polvere lottando furiosamente.

Quando ormai le forze lo stavano abbandonando, con ultimo disperato sforzò riuscì a piantargli nel cuore uno stiletto fatato.

Dal gatto sgorgò copioso un sangue nero e denso, che si andò rapprendendo velocemente dando vita a un gigante bellissimo e ignudo, che rivelò di essere stato vittima di un incantesimo e giurò che da quel momento avrebbe speso la sua vita in difesa di re Artù.

E fu così che il gigante divenne uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Bene, non vi resta che visitare la città di Otranto, scoprendo i tanti misteri e curiosità che si celano dietro le antiche mura, adagiandosi ad un tempo che passa in maniera antica e nuova.

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